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    Homepage » Mercato alluminio 2025 affronta vincoli energetici e rischi di carenza globale

    Mercato alluminio 2025 affronta vincoli energetici e rischi di carenza globale

    Stjepan KalinicBy Stjepan Kalinic12/12/2025 Altri mercati 4 min. di lettura
    Mercato alluminio 2025 affronta vincoli energetici e rischi di carenza globale
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    Il mercato dell’alluminio è in subbuglio. Per effetto delle dinamiche globali in corso, l’offerta rischia di restringersi, i prezzi di salire e le attività operative di subire interruzioni.

    Negli Stati Uniti, quella che un tempo era una vasta base industriale interna si è ridotta a una manciata di impianti primari: tra gli ultimi operatori rimangono Alcoa Corporation (NYSE:AA) e Century Aluminum Company (NASDAQ:CENX). La loro posizione, però, è diventata più esposta mentre il Paese affronta l’incertezza legata ai dazi introdotti dall’amministrazione Trump, che hanno distorto i flussi commerciali e aumentato i premi sul mercato fisico.

    Michael Widmer, responsabile della ricerca sui metalli di Bank of America (BofA) Global, ha indicato quale sia oggi il problema principale della fusione dell’alluminio.

    “Con tutte le discussioni su dazi e investimenti, spesso tutto si riduce a un solo indicatore: il costo dell’energia elettrica. E la sfortunata realtà è che, aneddoticamente, credo che i data center e l’intelligenza artificiale potrebbero pagare più di tre volte il prezzo dell’elettricità rispetto a quanto vorrebbe pagare una fonderia”, ha affermato Widmer a MiningWeekly.

    Nell’ultimo outlook di BofA sui metalli, Widmer ha spiegato che gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie fonderie di alluminio da 20 nel 1998 a sole cinque. Creare nuova capacità produttiva richiede energia a basso costo; ma se quell’energia deve provenire da fonti a basse emissioni di carbonio, questo può diventare un ostacolo.

    “Non siamo rialzisti sull’alluminio quanto lo siamo sul rame, ma prevediamo comunque che l’anno prossimo i prezzi supereranno i 3.000 dollari per tonnellata”, ha aggiunto Widmer.

    Leggi anche: Ftse Mib in area 44.000 punti: banche toniche e Danieli accelera dopo maxi-ordine in India

    La stretta globale

    La situazione statunitense, tuttavia, è solo una parte di una stretta generale a livello globale. La Cina, a lungo dominante come fornitore mondiale, è vincolata da un tetto alla produzione di alluminio primario imposto dalle autorità di Pechino. Con tale limite di fatto già raggiunto e con i consumi interni ancora in crescita, la Cina non può semplicemente aggiungere nuova capacità per soddisfare la domanda globale come faceva in passato.

    Questo limite impedisce un’espansione dell’offerta e, insieme alle interruzioni produttive in altre aree, alimenta una competizione sempre più accesa tra gli acquirenti per le quantità rimaste disponibili. Man mano che l’offerta si restringe, i prezzi globali aumentano non solo per la scarsità immediata, ma anche perché il mercato sconta vincoli strutturali destinati a durare nel tempo. Nel frattempo, l’International Aluminium Institute prevede che la domanda di alluminio aumenterà del 40% entro il 2030, trainata dalla richiesta di tecnologie pulite.

    Questi vincoli potrebbero mettere sotto pressione anche il mercato europeo. Problemi operativi ed energetici in Mozambico hanno acceso un campanello d’allarme: se la fonderia Mozal di South32 Ltd. (OTC:SOUHY) non riuscirà a garantirsi elettricità sufficiente e a costi sostenibili entro marzo 2026, potrebbe chiudere, portando via con sé circa il 10% dell’approvvigionamento europeo.

    La fame di energia dell’IA

    Queste pressioni hanno influenzato sia le aspettative di mercato sia le performance delle imprese. ING Research prevede carenze significative, perché una crescita più lenta della produzione globale si scontra con una domanda resiliente. Il loro obiettivo di prezzo per il 2026 è attualmente di 2.900 dollari per tonnellata.

    Questo scenario di carenza è coerente con la struttura stessa dei costi della fusione dell’alluminio, in cui l’elettricità pesa per quasi la metà del totale. Secondo ING, una fonderia competitiva ha bisogno di contratti energetici di lungo periodo (10–20 anni) con prezzi intorno ai 40 dollari per MWh, mentre le aziende tecnologiche arrivano a pagare fino a 115 dollari per MWh.

    Con reti elettriche sempre più sotto pressione per una domanda in rapido aumento (soprattutto da parte dei data center per l’intelligenza artificiale) molte fonderie faticano a sostenere i costi e finiscono per perdere competitività. E quando un impianto viene fermato o opera a capacità ridotta, difficilmente riesce a tornare rapidamente a pieno regime, rendendo la restrizione dell’offerta un fenomeno strutturale.

    Foto: BildWerk tramite Shutterstock

    Leggi anche: Le vendite di Tesla negli Stati Uniti crollano del 23% a novembre, ai minimi da quasi quattro anni


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