Il subcontinente racchiude un enorme potenziale che da decenni aspetta di essere liberato dalle rivalità politiche e dalla cronica vulnerabilità monetaria. Dollarizzazione la via d’uscita?
Gli assestamenti tettonici geopolitici messi in movimento dalla competizione globale USA-Cina e dall’interventismo “mirato” di Donald Trump, completamente diverso da quello dei predecessori Bush jr e Obama che volevano “esportare” la democrazia e tutto centrato sullo “sminamento” delle potenziali minacce alla crescita del business a stelle e strisce, stanno creando nuove opportunità di investimento globali. Financialounge.com ha analizzato nei giorni scorsi quelle legate alla nuova “Arctic Economy”, ma nell’emisfero opposto del continente americano se ne stanno probabilmente aprendo altre legate ai cambiamenti politici, dopo il blitz venezuelano che ha spodestato Maduro, pur senza portare, almeno sinora, a un cambiamento di regime pilotato, con sempre sullo sfondo il confronto tra Washington e Pechino.
DOPO ARGENTINA E CILE L’ORA DELLA COLOMBIA?
L’Argentina sta uscendo dalla recessione cronica e dalle svalutazioni a catena con una ricetta di disciplina fiscale e politiche pro-mercato declinata “alla Trump” da Javier Milei e si prepara a mettere a segno una crescita del 3% quest’anno, non straordinaria ma migliore degli altri paesi del sub-continente. In Cile l’11 marzo entra in carica il presidente eletto di destra José Antonio Kast, con un’agenda in linea con quelle di Milei e di Daniel Noboa in Ecuador, altro paese ormai distanziato dal “castrismo”, punto di riferimento invece in Colombia di Gustavo Petro, che scade a fine marzo e non è rieleggibile. Potrebbe succedergli anche qui il candidato di destra Abelardo de la Espriella, che alcuni sondaggi danno in testa. In Brasile c’è sempre Lula e anche l’altro “grande” del Latam, il Messico, pende a sinistra, ma le rispettive economie languono…
Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge.com.