Chiusura in ordine sparso per i principali listini della regione asiatica. Gli investitori si muovono all’interno di un quadro macroeconomico dominato da due forze contrapposte: da un lato il deciso ripiegamento dei prezzi del petrolio, dall’altro la prudenza in attesa del debutto di Kevin Warsh alla guida del Fomc della Federal Reserve. I mercati azionari premiano i comparti tecnologico e bancario, penalizzando al contempo i consumi cinesi e i titoli legati ai semiconduttori scambiati a multipli elevati.
Tokyo firma il record storico, Seul accelera sui chip
La performance più rilevante della sessione arriva dalla Borsa di Tokyo. L’indice Nikkei 225 ha registrato un progresso dello 0,86%, archiviando la seduta per la prima volta sopra la soglia psicologica dei 70.002,75 punti. Il listino giapponese ha beneficiato della solidità dei grandi conglomerati industriali e tecnologici, malgrado la persistente debolezza dello yen (stabile in area 160 per dollaro) e la recente stretta monetaria della Bank of Japan, che ha riportato il costo del denaro all’1%, livelli che non si registravano dalla metà degli anni Novanta. Più contenuto il rialzo del Topix (+0,70%).
Nel resto della regione, il Kospi di Seul si conferma tra i listini più tonici con un balzo del 2,11%, sostenuto dalla robusta domanda di chip e hardware per l’intelligenza artificiale. Più selettiva Taipei, dove il paniere Taiwan 50 ha ceduto lo 0,66% a fronte di prese di beneficio sui semiconduttori.
La Cina frena mentre Mumbai beneficia del calo del greggio
Andamento opposto per i mercati cinesi. A Hong Kong l’indice Hang Seng ha perso lo 0,61% a 24.345,17 punti, appesantito dalle vendite sul comparto immobiliare e sui consumi. Sostanzialmente invariata la Cina continentale, con lo Shanghai Composite fermo a +0,02% (4.092,63 punti). Tra le altre piazze, Sydney ha guadagnato lo 0,60% e Singapore l’1,05%. Spunto positivo per Mumbai, con il Sensex in rialzo dello 0,38% a 77.097,62 punti; l’India figura tra i principali beneficiari della discesa del Brent sotto gli 80 dollari, fattore che riduce i costi di importazione energetica del Paese.
I mercati delle materie prime incorporano gli sviluppi geopolitici legati al possibile accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il Brent si attesta a 78,80 dollari al barile (-0,2%), mentre il Wti scambia a 75,80 dollari (-0,3%). In flessione anche il gas naturale europeo (Ttf ad Amsterdam a 41,57 euro/Mwh, -0,48%). L’oro rimane stabile a 4.339 dollari l’oncia (+0,19%), riflettendo la cautela degli operatori prima delle decisioni della Fed.
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