Gli avvertimenti della NATO e le parole degli Stati Uniti: l’Europa si sta preparando per un progetto comune per lo sviluppo del settore?
1989, in una fredda notte di novembre un uomo sta uscendo dall’ufficio dove fino a un attimo prima annegava tra pile di documenti. Esce dalla porta principale, noncurante di chi avesse potuto vederlo, e si dirige a passo spedito verso la sua auto. Quell’uomo non ha tempo da perdere.
Butta frettolosamente la ventiquattrore sul sedile del passeggero, mentre si siede di fronte al volante. Mette in moto ed esce dal posteggio. Chi avesse guardato l’auto dall’esterno non l’avrebbe certamente notato, ma dentro l’abitacolo trasudava di trepidazione. Quell’uomo guidò per tutta la notte, nessuna pausa.
Nel suo ufficio si diffuse presto la preoccupazione. Alla scrivania lui non c’era, e i cellulari allora erano di là da venire. I documenti, anche i più importanti, erano rimasti ordinatamente impilati al loro posto. Anche quei fogli, così precisi, non tradivano l’agitazione della persona che li aveva riposti. Dove poteva essere andato? Quell’uomo ha fatto perdere le sue tracce.
Intrigante, non trovate? Se volete sapere chi era, e perché ne parliamo qui e ora, allora non vi resta che andare a fondo a questo Sunday View!
FARE DI PIÙ
I Paesi europei devono spendere di più per la difesa: questa la ferma posizione presa dal segretario generale della NATO Mark Rutte. Certo, lo stesso Rutte ammette l’accordo trovato tra i Paesi ad allocare annualmente il 5% del PIL per investimenti nel settore della difesa entro il 2035, aumentando la produzione militare in tutta l’Alleanza. Questi numeri sono stati anche caldeggiati dagli Stati Uniti, che, stando alle parole pronunciate a Monaco da JD Vance qualche mese fa, stanno guardando altrove.
Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, c’è stato un primo cambiamento di paradigma nel settore militare europeo, con il paniere della difesa che è aumentato più del 600%. Quasi tutti i Paesi del Vecchio Continente hanno fatto una grande accelerazione in questo senso, arrivando a spendere oltre il 2% del Pil nel settore, ma ancora non basta per le direttive NATO, anche perché, in gran parte, siamo ancora dipendenti dagli Usa. Dopo l’invasione russa, gli investimenti militari europei sono aumentati verticalmente, ma nel 2022 l’80% della spesa nostrana era ancora destinata all’industria americana, più pronta e strutturata a far fronte alle richieste urgenti di allora. Eppure bisogna sottolineare anche che nell’Unione Europea c’è un grande volume industriale, con una capacità delle grandi imprese che è superiore a quella della Cina. Non a caso, da quando abbiamo cominciato a sviluppare il settore, abbiamo creato un indotto molto positivo per tutti i comparti trasversali, trasformando ogni punto percentuale in più nella spesa militare in una ricaduta positiva tra lo 0.6% e l’1% per l’industria nel suo complesso.
Questo anche perché le spese NATO per il settore militare si concentrano in tecnologie dal duplice scopo, ovvero potenzialmente sia militari che civili, e nel panorama industriale europeo ciò si traduce nell’opportunità di integrare queste spese per costruire delle basi solide per un settore che ha necessità di crescere.
Con questo non significa che dobbiamo “fare di più” per aumentare le armi in circolazione, combattendo la guerra con la guerra; ma che bisogna “fare di più” per armonizzare al meglio un sistema economico e sociale che, se unito, non ha nulla da invidiare ad altri…
Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge.com.