Il parziale allentamento delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico restituisce ossigeno ai mercati energetici, ma non basta a sbloccare la morsa delle banche centrali sul costo del denaro. Dopo mesi di blocchi navali nello Stretto di Hormuz, il prezzo del Brent è crollato oltre il 3% scivolando a 72 dollari al barile (con il WTI sotto i 70 dollari), azzerando quasi interamente il premio al rischio accumulato dall’inizio del conflitto latente con l’Iran. Nonostante la tregua e la ripresa delle esportazioni grezze, l’inflazione globale si dimostra strutturalmente ostinata, allontanando l’ipotesi di un imminente allentamento monetario.
La trappola dei consumi USA e il “fattore IA”
Negli Stati Uniti, i dati macroeconomici del Bureau of Economic Analysis evidenziano la resilienza del ciclo economico. L’indice PCE (l’indicatore dei prezzi preferito dalla Fed) è balzato al 4,1% su base annua a maggio, trainato da una spesa per consumi nominali in crescita dello 0,7%. Con un tasso di risparmio fermo al 3%, il calo della benzina rischia paradossalmente di liberare ulteriore potere d’acquisto per servizi, affitti e assicurazioni, alimentando la fiammata inflazionistica secondaria.
A complicare la strategia del Presidente della Fed Kevin Warsh concorre un driver esogeno senza precedenti: il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Le aziende hanno annunciato piani di spesa superiori a 1.500 miliardi di dollari per la costruzione di data center. Questa corsa alle infrastrutture digitali sta strozzando l’offerta di semiconduttori, energia elettrica, cemento e manodopera specializzata.
Secondo uno studio della Federal Reserve, la voce relativa a software e accessori informatici ha guidato più della metà dell’incremento annualizzato del 5,5% registrato dai beni di fondo nei primi mesi dell’anno, confermando come la transizione tecnologica stia generando pressioni inflazionistiche di breve termine. Il consensus di Wall Street prevede ora una lunga pausa con tassi fermi nella fascia 3,50%-3,75%, senza escludere nuovi ritocchi all’insù.
L’Eurozona tra stagflazione e la stretta della BCE
Nello scacchiere europeo la congiuntura appare ancora più complessa. In maggio l’inflazione nell’Eurozona è salita al 3,2% (medesimo dato registrato in Italia), con i servizi a fare da principale traino. La Banca Centrale Europea ha risposto con un aumento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25% e quello sulle operazioni di rifinanziamento principale al 2,40%.
Le stime di Francoforte configurano uno scenario di quasi-stagflazione per il 2026, con un’inflazione media attesa al 3% e una crescita del PIL dell’area euro stimata ad appena lo 0,8%. Sebbene la flessione del barile possa alleggerire i costi energetici alla pompa nei prossimi mesi, i tempi di trasmissione asimmetrici sui listini industriali e la fragilità geopolitica a Hormuz — dove permangono scambi di attacchi missilistici tra Teheran e le forze statunitensi — costringono la BCE a mantenere una postura rigorosamente restrittiva e priva di impegni futuri.
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