A febbraio, gli analisti dell’area euro prevedevano che i vertici della Banca Centrale Europea (BCE) avrebbero ripreso il ciclo di tagli dei tassi durante l’imminente riunione di questo mese.
Tuttavia, un solo mese ha stravolto radicalmente il panorama. Le operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, giunte alla seconda settimana, hanno scardinato l’equazione della BCE, destabilizzando quello che ING definiva il “periodo favorevole” dell’istituto centrale.
Gli operatori hanno incrementato le scommesse su un possibile rialzo dei tassi d’interesse da parte della BCE, dopo che i prezzi del gas naturale in Europa sono raddoppiati e il Brent è salito del 26% dal 27 febbraio, vigilia dell’inizio delle operazioni militari. Secondo quanto riportato da Bloomberg, gli swap implicano ora una probabilità del 70% di due aumenti dei tassi da 25 punti base entro l’anno, un netto balzo rispetto alla singola mossa ipotizzata solo venerdì scorso.

Il 5 marzo, Morgan Stanley ha previsto che la BCE manterrà i tassi invariati per tutto il 2026, citando i potenziali rischi inflazionistici derivanti dal conflitto in Medio Oriente. In precedenza, la banca d’affari di Wall Street aveva ipotizzato due tagli dei tassi, rispettivamente a giugno e settembre.
“Al momento, il rischio di una spirale salari-prezzi appare contenuto”, ha scritto mercoledì Carsten Brzeski, Global Head of Macro di ING. “Tuttavia, in uno scenario di ‘guerra permanente’ con una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, prezzi del petrolio sopra i 100 dollari al barile per diversi mesi ed effetti a catena su trasporti, alimentari e catene di approvvigionamento, la BCE potrebbe essere costretta a intervenire con un rialzo dei tassi”.
La BCE come baluardo di continuità
Prima dello scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, area in cui transita il 20% dei flussi energetici mondiali, ING Think aveva descritto la BCE come “un baluardo di continuità, quasi di noia”, sottolineando come l’istituto si trovasse in una posizione di relativo comfort.
Analogamente a Morgan Stanley, a fine gennaio ING Think prevedeva tassi invariati per il resto dell’anno, ipotizzando un cambio di rotta solo in presenza di “forti sorprese positive o negative capaci di costringere la BCE all’azione”.
L’improvvisa offensiva condotta da Stati Uniti e Israele, unitamente alla chiusura dello Stretto di Hormuz, metterà sotto pressione i funzionari della BCE in vista della riunione del 18 e 19 marzo. Il Presidente statunitense Donald Trump ha indicato che le operazioni seguiranno una tabella di marcia di quattro settimane, dopo quasi quattordici giorni di intensi raid.
“L’attacco contro l’Iran e la rappresaglia di Teheran hanno già spinto il petrolio verso gli 80 dollari al barile, partendo da una media pre-escalation di 65 dollari”, hanno scritto gli economisti di Bloomberg Jamie Rush, Björn van Roye e Ziad Daoud. “Anche i prezzi del gas in Europa sono aumentati. Applicando questi scenari ai nostri modelli economici, emerge un rialzo dell’inflazione (CPI) e un calo del PIL nelle principali economie avanzate, innescando impulsi contrastanti per le banche centrali”.

Lagarde: inflazione sotto controllo
La Presidente della BCE, Christine Lagarde, ha ribadito martedì che l’istituto adotterà tutte le misure necessarie per contenere l’inflazione. Il rischio bellico potrebbe obbligare la BCE ad alzare i tassi prima del previsto, come dichiarato da Peter Kazimir, membro del Consiglio Direttivo.
“Faremo tutto il necessario per garantire che l’inflazione resti sotto controllo e che i cittadini francesi ed europei non subiscano i rincari visti nel 2022 e 2023”, ha dichiarato Lagarde a France 2.
Nella riunione di politica monetaria di febbraio, la BCE aveva mantenuto i tassi fermi al 2%. I funzionari avevano evidenziato come l’inflazione si stesse stabilizzando vicino all’obiettivo del 2%, in un contesto di crescita economica resiliente e disoccupazione ai minimi (6,2% a dicembre).
“Le tensioni geopolitiche, in particolare l’ingiustificata guerra della Russia contro l’Ucraina, rimangono una fonte primaria di incertezza”, aveva dichiarato Lagarde il mese scorso. “L’inflazione potrebbe risultare più elevata in caso di un persistente rialzo dei prezzi energetici”.
Secondo le stime flash di Eurostat, l’inflazione annua nell’area euro è prevista all’1,9% per febbraio 2026, in aumento rispetto all’1,7% di gennaio.
I vertici mettono in guardia contro scelte affrettate
Alcuni esponenti europei hanno tuttavia invitato alla cautela rispetto a un rapido rialzo dei tassi.
Il Ministro dell’Economia italiano, Giancarlo Giorgetti, ha avvertito: “Sarebbe un grave errore pensare che la soluzione possa risiedere esclusivamente in una stretta monetaria”.

La crescita in Italia ha subito un rallentamento, scendendo allo 0,5% nel 2025 dallo 0,8% (dato rivisto) dell’anno precedente. Tassi più elevati, causati dal conflitto in Medio Oriente, potrebbero spingere l’economia verso difficoltà ancora più severe.
Anche il Ministro delle Finanze irlandese, Simon Harris, ha espresso preoccupazione per una possibile accelerazione dell’inflazione qualora il conflitto dovesse protrarsi, sottolineando come sia attualmente difficile prevederne la durata.
“L’impatto inflazionistico potrebbe essere estremamente significativo per ampi settori dell’economia irlandese, europea e globale”, ha dichiarato. “Dobbiamo procedere passo dopo passo, monitorando la situazione giorno per giorno”.
Impatto sui settori industriali
La condizione economica dell’area euro appariva fragile già prima del conflitto, rendendo le industrie europee particolarmente vulnerabili. Se la guerra dovesse durare più di quanto previsto dai funzionari statunitensi, le ricadute sull’eurozona saranno pesanti.
A dicembre, la produzione industriale destagionalizzata è diminuita dell’1,4% su base mensile nell’area euro e dello 0,8% nell’UE, secondo le prime stime di Eurostat. A gennaio, inoltre, i prezzi alla produzione industriale sono aumentati dello 0,7% nell’area euro e dello 0,8% nell’UE rispetto al mese precedente.

La rinnovata debolezza della produzione industriale aggiunge un ulteriore livello di pressione sulla BCE, limitando i suoi margini di manovra nel rimandare l’azione qualora l’inflazione energetica dovesse accelerare.
“Per la BCE, la guerra in Medio Oriente e il rincaro dei prezzi energetici rappresentano gli intrusi che minacciano il ‘periodo favorevole’ di Lagarde”, ha concluso Brzeski. “La questione cruciale per la prossima settimana sarà capire quali decisioni prenderanno Lagarde e il Consiglio Direttivo dall’interno della propria stanza blindata”.
Egli ha inoltre aggiunto che “uno o due rialzi simbolici dei tassi potrebbero essere sufficienti per prevenire effetti di secondo round e rafforzare la credibilità della BCE nella lotta all’inflazione”.
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