Il 2025 passerà alla storia come l’anno d’oro per la redditività del sistema creditizio italiano, ma anche come uno dei più bui per la presenza fisica sul territorio. I giganti del settore hanno archiviato l’esercizio con utili netti aggregati superiori a 27,8 miliardi di euro, segnando un balzo del 10,6% rispetto all’anno precedente. Protagonisti assoluti di questa performance sono i gruppi Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper, che insieme a Mediobanca e Popolare di Sondrio delineano un quadro di estrema solidità patrimoniale.
L’efficienza corre sulle commissioni, ma l’organico flette
La redditività delle “Big 5” non dipende più esclusivamente dal margine di interesse, calato del 5,1% a causa della discesa dei tassi, come riferito da Borsa e Finanza, ma da una spinta vigorosa su commissioni e attività assicurativa. Questi ambiti pesano ormai per il 39% dei proventi operativi, una quota sensibilmente superiore alla media europea.
Tuttavia, il miglioramento dell’efficienza (con un cost/income al 42%) nasconde un costo sociale pesante: nel solo 2025, oltre 8.000 lavoratori hanno perso il posto (-3,5% dell’organico) e ben 331 sportelli sono stati chiusi definitivamente. Se da un lato la produttività pro capite aumenta, dall’altro si aggrava il fenomeno della desertificazione bancaria, che priva interi territori di un presidio essenziale.
Conseguenze per il Paese reale: meno credito e più buyback
La scelta di ridurre la rete fisica e il personale appare sempre più come una mossa strategica per massimizzare i profitti piuttosto che un obbligo economico. Mentre le banche hanno distribuito oltre 17 miliardi di euro in dividendi e circa 7 miliardi in operazioni di buyback, le piccole imprese e le famiglie dei centri periferici faticano a mantenere un contatto diretto con il proprio istituto.
La chiusura delle filiali non è solo una questione di comodità: significa meno consulenza e minore accesso al credito per le microimprese locali, che dipendono storicamente da relazioni di fiducia personali. In questo scenario, la ricchezza prodotta sembra concentrarsi ai vertici della piramide azionaria, lasciando al “Paese reale” l’onere di un servizio sempre più rarefatto e digitalizzato.
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