Il settore del trasporto su gomma e la rete autostradale italiana sono sotto pressione. A seguito della decisione governativa di tagliare lo sconto sulle accise sul gasolio, passandolo da 10 a 5 centesimi al litro, il mercato ha reagito con una decisa spinta rialzista sui listini.
Le recenti rilevazioni del Codacons indicano che il prezzo del diesel ha nuovamente superato la soglia critica dei 2 euro al litro sulla rete ordinaria, con punte ancora più allarmanti lungo le principali arterie di collegamento nazionale.
I record di prezzo lungo la rete autostradale
La situazione più gravosa si riscontra sulla rete autostradale, dove la modalità “servito” ha raggiunto picchi significativi. Secondo i dati rielaborati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il record negativo è stato registrato lungo la A21 Torino-Piacenza, dove il prezzo ha toccato 2,699 euro al litro.
Altri tratti autostradali presentano listini altrettanto elevati:
- A11 e A12: il gasolio raggiunge i 2,631 euro al litro.
- A14 Bologna-Taranto: il prezzo si attesta a 2,579 euro al litro.
- A4 Brescia-Padova e A7 Milano-Serravalle: quotazioni a 2,559 euro al litro.
Anche sulla A3 Napoli-Salerno, sulla A15 Parma-La Spezia e sulla A1 Milano-Napoli, i prezzi oscillano tra i 2,535 e i 2,550 euro al litro, confermando una tendenza al rialzo diffusa su scala nazionale.
L’impatto economico sui consumatori
Il Codacons ha quantificato l’onere finanziario generato dalla riduzione dello sconto fiscale. L’associazione stima che tale variazione comporterà una maggiore spesa di 17,1 milioni di euro alla settimana per i rifornimenti di gasolio su tutto il territorio. L’impatto sarebbe ancora più severo se confrontato con il regime di sconti precedente — pari a 20 centesimi al litro — che avrebbe comportato un esborso aggiuntivo stimato in 51,5 milioni di euro a settimana.
Oltre al peso diretto sui bilanci degli automobilisti, l’associazione di categoria esprime preoccupazione per le ripercussioni indirette: l’incremento dei costi operativi per l’autotrasporto rischia di alimentare una nuova spinta inflattiva sui prezzi finali di beni e servizi, in un momento in cui l’economia nazionale si trova a gestire la volatilità dei costi energetici.
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