Storicamente, lo scoppio di un conflitto spinge gli investitori verso l’oro. Tuttavia, dall’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Iran (28 febbraio 2026), il lingotto ha seguito una traiettoria inaspettata. Dopo aver toccato il massimo storico di 5.589 dollari a fine gennaio, l’oro è precipitato di quasi il 20%, toccando un minimo di 4.098 dollari lo scorso 23 marzo.
Gli analisti definiscono questo fenomeno come il “Paradosso dello Shock Petrolifero”. L’impennata del greggio oltre i 110 dollari ha alimentato aspettative di inflazione persistente, costringendo la Federal Reserve a mantenere un atteggiamento “hawkish” con tassi d’interesse elevati. Poiché l’oro non produce cedole o interessi, l’aumento dei rendimenti reali dei bond e la forza del dollaro hanno sottratto attrattiva al metallo prezioso, spingendo molti fondi a liquidare le posizioni per fare cassa.
Liquidità e Margin Call: l’oro come bancomat del mercato
Un altro fattore critico dietro la recente debolezza è stata la necessità di liquidità immediata. Con il crollo dei listini azionari globali e le perdite accumulate in altri comparti, molti investitori istituzionali hanno utilizzato l’oro — uno degli asset che aveva guadagnato di più nel 2025 — come fonte di liquidità per coprire le margin call (richieste di integrazione delle garanzie).
In questo contesto, l’oro non ha smesso di essere un “rifugio”, ma è diventato la prima riserva a cui attingere nei momenti di panico finanziario. Questa pressione alla vendita ha temporaneamente sopraffatto la domanda fisica proveniente dalle Banche Centrali (Cina e India in testa), che pure continuano ad accumulare riserve a ritmi sostenuti.
L’effetto Trump e le prospettive di breve termine
Il rimbalzo degli ultimi giorni è stato innescato dalla mossa diplomatica del Presidente Trump, che ha annunciato un rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Questa parziale riduzione della tensione ha permesso all’oro di rimbalzare dai minimi di 4.100 dollari, stabilizzandosi in un range compreso tra 4.200 e 4.610 dollari.
Nonostante la volatilità nel breve periodo, le grandi banche d’affari come Goldman Sachs e J.P. Morgan mantengono previsioni ottimistiche per la fine del 2026, con target confermati tra i 5.400 e i 6.000 dollari. La tesi di fondo resta legata alla de-dollarizzazione globale e ai deficit fiscali degli Stati Uniti, fattori strutturali che dovrebbero sostenere le quotazioni una volta che la tempesta di liquidità si sarà placata.
Continua a leggere: Il petrolio crolla e Trump congela i raid: torna il “TACO Trade”? Viaggi e Tech guidano il rally
Per ulteriori aggiornamenti su questo argomento, aggiungi Benzinga Italia ai tuoi preferiti oppure seguici sui nostri canali social: X e Facebook.
Ricevi informazioni esclusive sui movimenti di mercato 30 minuti prima degli altri trader
La prova gratuita di 14 giorni di Benzinga Pro, disponibile solo in inglese, ti permette di accedere ad informazioni esclusive per poter ricevere segnali di trading utilizzabili prima di milioni di altri trader. CLICCA QUI per iniziare la prova gratuita.
Foto: CHUYKO SERGEY via Shutterstock
