Il petrolio si appresta a registrare la sessione più turbolenta degli ultimi quattro anni.
Nella mattinata di lunedì, i futures sul West Texas Intermediate sono balzati di oltre l’8%, attestandosi a circa 72 dollari al barile; i mercati hanno reagito agli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alla conferma dell’uccisione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, evento che ha acuito i timori di un conflitto su vasta scala e di interruzioni nelle forniture.
Tale movimento potrebbe rappresentare il maggiore rally giornaliero del greggio dal marzo 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina scatenò uno shock energetico globale.
In questa occasione, il punto di crisi è più circoscritto, ma potenzialmente più pericoloso.
L’importanza dello Stretto di Hormuz
Attraverso lo Stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo globale di petrolio e a una quota analoga del commercio di gas naturale liquefatto.
Oltre l’80% di questo greggio è diretto in Asia. Il Giappone dipende da Hormuz per circa il 72% delle proprie importazioni di greggio, la Corea del Sud per il 65%, mentre India e Cina approvvigionano circa la metà delle proprie forniture attraverso lo stretto.
L’esposizione dell’Europa si attesta mediamente intorno al 18%.
Gli Stati Uniti, al contrario, dipendono dal passaggio solo per il 2% circa delle importazioni di greggio, risultando quindi relativamente isolati rispetto alle principali economie asiatiche.
Quale potrebbe essere la durata del conflitto in Iran?
Dan Alamariu, chief geopolitical strategist di Alpine Macro, ha indicato che il conflitto iraniano sarà probabilmente intenso ma circoscritto.
In una nota diffusa lunedì, l’esperto ha previsto una guerra della durata di una-tre settimane, con la possibilità che si protragga al massimo per due mesi.
Secondo Alamariu, l’Iran non può vincere militarmente, ma è comunque in grado di “infliggere danni economici materiali e causare volatilità sui mercati” interferendo con i flussi petroliferi nel Golfo.
Lo strategist prevede un’impennata nel breve termine per petrolio, gas, oro e titoli del settore aerospaziale e della difesa, pur avvertendo che i movimenti estremi potrebbero rientrare qualora il conflitto si risolvesse entro poche settimane.
Stando a quanto affermato dall’esperto, la variabile chiave è rappresentata ora dalla durata.
Se l’interruzione delle esportazioni dal Golfo dovesse durare più di una o due settimane, circa 14 milioni di barili al giorno — privi di una sufficiente capacità di bypass tramite oleodotti — potrebbero trovarsi effettivamente a rischio.
Un simile scenario finirebbe probabilmente per innalzare le aspettative sull’inflazione, esercitare pressione sui mercati azionari globali e spingere il greggio decisamente al rialzo.
Un ritorno in territorio a tre cifre non sarebbe impensabile in caso di una compromissione prolungata.
Sette titoli energetici statunitensi in forte rialzo
Nella sessione di lunedì, i titoli energetici hanno seguito il rialzo del greggio. L’Energy Select Sector SPDR Fund (XLE) ha registrato un netto incremento del 4%, riflettendo la rotazione degli investitori verso i produttori di petrolio.
Tra i titoli che hanno registrato i movimenti più significativi:
- APA Corp. (APA) è balzata dell’8,50%
- Occidental Petroleum Corp (OXY) ha fatto segnare un +7,20%
- Devon Energy Corp. (DVN) ha guadagnato il 6,18%
- Coterra Energy Inc. (CTRA) è in ascesa del 5,87%
- EOG Resources Inc. (EOG) ha fatto registrare un +5,82%
- Diamondback Energy Inc. (FANG) è salita del 4,9%
- ConocoPhillips (COP) è in rialzo del 4,6%
Gli investitori monitorano con attenzione anche Exxon Mobil Corporation (XOM) e Chevron Corporation (CVX), in quanto major integrate con esposizione globale e una forte leva sui flussi di cassa liberi rispetto all’aumento dei prezzi del greggio.
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