Edmond de Rothschild sottopesa il biglietto verde e, in un commento di Benjamin Melman, spiega l’accordo Mar-a-Lago 2.0 sulle valute, una riedizione del Plaza 1985: i possibili impatti
Gli investitori si sentono sconcertati dopo essere stati colti in contropiede, perché si aspettavano tagli alle imposte sulle imprese e deregulation e si trovano di fronte a una nuova guerra dei dazi, che era stata intesa come uno strumento di contrattazione e non come un obiettivo prioritario. Inoltre, Trump non sembra più preoccuparsi del mercato azionario, in netto contrasto col suo primo mandato. Il programma Trump 2.0 è stato in gran parte elaborato dalla Heritage Foundation e si concentra sull’America First, che mira a incoraggiare le aziende globali a rilocalizzare la produzione in USA usando tutti i mezzi, dai dazi, all’indebolimento del dollaro, alla riduzione delle tasse sulle imprese, a una regolamentazione ridotta all’essenziale eliminando i vincoli, in particolare in materia di cambiamento climatico, diversità e biodiversità.
DOLLARO, LA SCELTA DI TRUMP DI PARTIRE CON LA FASE PIÙ DURA
Un commento di Benjamin Melman, Global CIO di Edmond de Rothschild AM, analizza la ratio e le conseguenze dell’accordo Mar-a-lago 2.0, a cui starebbe pensando l’amministrazione Trump come una riedizione 2.0 del famoso accordo del Plaza del 1985, che oggi vorrebbe dire convincere gli alleati a convertire in parte i Treasury detenuti in titoli perpetui senza rendimento. La scelta di Trump, di iniziare con la fase più dura, forse per non inquinare le elezioni di metà mandato, può sorprendere ma non significa che il programma sia stato messo da parte. Stephen Miran, nominato alla guida del Council of Economic Advisers di Trump, ha espresso chiaramente il legame tra dazi e dollaro, il cui indebolimento è però ad alto rischio, per le implicazioni su debito rendimenti dei titoli di Stato USA…
Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge.com.